“L’isola dei sordobimbi”

Il 26 maggio al cinema Lumière di Bologna è stato proiettato il documentario “L’isola dei sordobimbi” di Stefano Cattini. accessibile con audio-commento per non vedenti e sottotitoli per non udenti. Una platea di duecento persone ha così potuto assistere in modo totale a questa iniziativa di grande rilevanza sociale, promossa dal Centro Documentazione Handicap e dalla cooperativa Accaparlante, in collaborazione con la Cineteca di Bologna.
Il film-documentario, candidato al premio David di Donatello come miglior documentario, racconta le difficoltà e le sfide che i bambini sordi di una scuola privata in provincia di Modena devono affrontare per imparare a parlare e a relazionarsi con i bambini udenti.

Al termine della proiezione, il regista Stefano Cattini e la produttrice Giusi Santoro sono stati intervistati da Martina Gerosa, ricercatrice di Linear.

I bambini sordi - spiega Cattini, 42 anni - hanno una gestualità molto bella e una grande spontaneità. Ho seguito alcuni di loro per un anno raccontandone i percorsi. In pratica il film è diviso in due parti, la prima più drammatica, la seconda che cerca di essere più leggera, allegra. E’ stato un lavoro che è durato un anno di riprese, e quando ci siamo trovati al montaggio lì è stato il vero problema: la prima versione era di due ore e quarantacinque minuti. Abbiamo dovuto tagliare tante cose“.
Come ad esempio tutte le scene in refettorio (“troppa confusione“), oppure quelle con i genitori dei bambini che li accompagnano a scuola, il rientro a casa. La gran parte dei piccoli che frequentano l’istituto Santa Chiara di Modena per bambini sordi, vivono lì invece per tutta la settimana e rientrano a casa nel week-end. Solo quelli che stanno più vicino hanno la fortuna di restare in famiglia.
Questo della sordità è un mondo che non si può definire né bello né brutto, ma è una storia da raccontare e che è bene che la gente conosca” aggiunge Giusi Santoro.
Tanti i primi piani, i volti, le labbra, le mani riprese dalla telecamera di Cattini: “Dopo i primi giorni di riprese sono lentamente diventato trasparente, c’ero, ma nessuno mi vedeva più, io e la mia telecamera eravamo diventati dei normali oggetti di arredamento delle classi“.